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Trait d’Union

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EL SIWI – ASKALANY

mostra di pittura e scultura
testo critico di Martina Corgnati
11 dicembre 2010 – 19 marzo 2011

In occasione della 53° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, il Padiglione Egiziano era abitato da una strana e notevole coppia di artisti, rappresentativi di due diverse generazioni e due linguaggi, o modalità di intendere il lavoro, altrettanto diverse: Adel El Siwi e Ahmed Askalany.

Per cominciare a parlarne, vorrei partire dal titolo che Adel El Siwi aveva assegnato all’installazione veneziana, Leggermente Monumentale. In effetti, entrando nello spazio allungato, altissimo e leggermente solenne del Padiglione, ci si trovava quasi soverchiati dalla presenza potentissima dei ritratti dipinti da El Siwi, figure davvero regali nella loro ieratica eccentricità, tanto nettamente volumetriche quanto pittoricamente raffinate.   Ma si veniva anche colpiti dai personaggi messi in scena da Askalany, ciclopiche sculture realizzate con foglie di palma intrecciate su un’anima di fil di ferro, oppure modellate in resina colorata. Opere sorprendenti nella loro franca e disinibita relazione con le tecniche artigianali che fanno riferimento alla tradizione popolare, ma al tempo stesso serenamente contemporanee, originali, ironiche e quasi orgogliose della propria naturale appartenenza a un paesaggio diverso, che una volta si sarebbe definito esotico e oggi si potrebbe dire invece, nonostante il termine davvero cacofonico, glocale.
Quindi in entrambi i casi, per quanto differenti l’uno dall’altro, i due artisti aspiravano a una dimensione così desueta da suonare quasi imbarazzante, cioè quella della “monumentalità”: dimensione, per così dire, “ottocentesca” per l’investimento sulle dimensioni, sul “peso” dell’opera che sembra incongruo in un mondo ormai dominato dal virtuale, da codici e flussi della comunicazione immateriale, dall’effimero e dal provvisorio.

E però, ben venga la monumentalità, soprattutto se accompagnata da quel correttivo avverbiale, da quella punta di auto-ironia che sta tutta nel “leggermente” e che ci consente di meglio intendere innanzitutto l’operazione ambiziosa di ADEL EL SIWI, uomo del suo (nostro) tempo ma anche, oggi, artista maturo che non rinuncia a tentare nella sua pittura una sintesi delle grandi storie che gli stanno alle spalle, risalendo à rebour fino alla gigantesca civiltà faraonica e nubiana.
Un’operazione del genere sarebbe stata semplicemente ridicola e velleitaria per un artista meno consapevole dei suoi mezzi. Ma, nel suo caso, appare del tutto convincente e quasi naturale. Per spiegarla vale forse la pena di ripercorrere rapidamente le articolazioni principali del suo lungo percorso: laureato in psichiatria, El Siwi rinuncia alla carriera scientifica per amore dell’arte e negli anni ottanta soggiorna lungamente a Milano, dove approfondisce la conoscenza della nostra lingua, tanto da tradurre e commentare testi come la Teoria della pittura di Leonardo da Vinci o l’opera poetica di Giuseppe Ungaretti.
Dotato di un segno grafico potente e incisivo, in quel momento El Siwi immerge la forma umana, soggetto privilegiato del suo lavoro, in una tessitura pittorica densa e compatta, che compromette la tradizionale distinzione di fondo e primo piano, di rilievo e superficie. Dissolta l’integrità formale della figura, la pittura diventa così un continuum a tre dimensioni, attraversate dai piani nevralgici costituiti dalle linee di forza e sfumature di colore. Piani, sensazioni, spazio si trovano trattenuti insieme in una specie di «nodo» concettuale e pittorico, spesso carico di tensioni e di drammaticità. Una sintassi molto personale, grazie a cui El Siwi riesce a sbarazzarsi della tipica composizione a riquadri, paratattica, che caratterizza il lavoro di tanti artisti arabi della generazione sua o precedente, e articola invece un linguaggio più complesso, dove memorie (non citazioni) di Rembrandt e di Leonardo convivono con atmosfere cupe e in qualche misura solenni, che l’artista ha ricavato a contatto con alcuni pittori italiani conosciuti e frequentati a Milano (in particolare Giancarlo Ossola, Franco Francese, Renzo Ferrari, Giuliano Collina).
Contemporaneamente, e nel decennio successivo, l’artista egiziano partecipa del clima concitato e talvolta oscuro della pittura degli anni Ottanta, da cui estrapola soprattutto una componente espressionista e tragica: spesso infatti una sorta di impeto interno distorce e deforma le figure, mettendo a nudo la loro condizione di sofferenza oppure di gioia, di slancio oppure di esitazione. Più recentemente invece El Siwi ha schiarito la tavolozza e aumentato le dimensioni delle tele fino al punto da relazionarsi o addirittura da sovrastare il corpo dello spettatore, immergendolo in ambienti interamente pervasi di pittura, come era appunto quello della Biennale di Venezia o quella di poco precedente del Cairo, dove El Siwi aveva presentato alcuni giganteschi e affascinanti ritratti e auto-ritratti.
Una scala monumentale per “messaggi” in qualche misura intimi e universali: essere uomo, vecchio, bambino, essere solo di fronte al proprio inevitabile, inarrestabile cambiamento.

Ritornando alla mostra TRAIT D’UNION

I quadri proposti invece in occasione della mostra attuale, sono carte e tele, figure e teste di uomini accompagnati talvolta da animali più o meno simbolici e fantastici, che si stagliano accanto a loro o ai loro piedi più o meno come gli attributi medioevali e rinascimentali accompagnano i santi; queste opere, dicevamo, associano spesso una competenza serenamente decorativa della superficie a un potentissimo senso del volume, che quasi acceca le figure, sottraendo loro gran parte degli attributi fisionomici, e le trasforma in solennità colonnari, poste in vertiginosi controluce su fondi bronzei, aurei, metallici; o immersi in misteriosi coni d’ombra.
Il linguaggio di Adel El Siwi ha raggiunto oggi una autonomia stilistica e una originalità da farne, a mio parere, la personalità più significativa attiva in questo momento in Egitto nell’ambito della pittura. Totemiche ed eleganti, le sue figure ci osservano dall’alveo del loro profondo silenzio, talvolta alleggerito da una specie di arcaico e misterioso sorriso. Anche nelle carte, emerge la sintesi inquieta e potente di questi corpi talora africaneggianti, qualche volta animaleschi e talora semplicemente “altri”, imprescindibile nonostante che spesso il fondo sia semplicemente vuoto e piatto, contenitore amorfo e immobile di tali, arcane presenze.
Fra tutti, spicca un grande lavoro su carta che ritrae un nudo femminile seduto: lavoro ambizioso, di prepotente eleganza e esplicitamente ispirato alle Cariatidi di Modigliani, sintesi di classico e di tribale, di astratto e libero gioco della linea e di citazione di arti “primitive”. Adel El Siwi guarda a tutto questo con intima comprensione dei valori plastici del corpo, della ritmica preziosa della linea, delle semplificazioni delle membra femminili, fino a una sovrana e potente espressione di stile. Quale altro pittore, oggi, potrebbe fare altrettanto senza incorrere nel citazionismo concettuale e senza cadere nel Kitsch ?

In confronto, le sculture di AHMED ASKALANY appaiono assai più semplici e giocose. Tuttavia anch’esse non mancano talvolta di una valenza monumentale, o meglio di una speciale solennità, intensificata, contro ogni aspettativa, dall’apparente artigianalità della tecnica. Avvolte in uno stretto bendaggio di foglie che, oggi più che un tempo, non sembra definire i volumi ma piuttosto fasciare e isolare dallo spazio circostante una figura contenuta all’interno, queste presenze rievocano talvolta le antiche mummie faraoniche, imprigionate in un’atemporalità fuori dalla relazione.
Askalany si era fatto notare per la prima volta sulla scena internazionale dell’arte nel 2001 in occasione della mostra Cairo Modern Art in Holland, allestita al Fortiscircus Theater di Den Haag. In confronto a quelle attuali, le sue figure di allora apparivano però più ieratiche, e tutte comprese nella loro misteriosa incombenza, per così dire, ottusa e invalicabile. Col tempo invece l’artista ha insinuato nuove profondità a questi suoi totem rinchiusi nell’antico mondo dell’intreccio, posizionandovi aperture strategiche da cui fuoriescono tempestivamente grandi occhi, labbra e persino un ombelico o un fondo schiena. Inoltre, il suo approccio si è fatto progressivamente più ironico, o meglio si è complicato di una possibilità di ironia, che anima sia i vivacissimi gruppi animali (gatti con la coda diritta che puntano alle lische, cagnolini in corsa, pecore pazienti, ippopotami benevoli) sia i personaggi in resina, foglie di palma o recentemente anche bronzo patinato lucido, dal corpo sempre più strabordevole e grasso in confronto a teste ridicolmente piccole o addirittura assenti. Con questo espediente, Askalany sottrae loro qualunque individualità presentandoli invece per ciò che sono, insinuazioni antropomorfe universali, cioè non caratterizzate ma tuttavia espressive e sintetiche, potenti e buffe. Come è possibile, per esempio, che certi ciccioni corrano elastici come atleti oppure cavalchino asinelli piccoli come cagnolini ? è l’incongruità del mondo, la sua disarmonia, ma al tempo stesso la sua irresistibile comicità.
D’altra parte volumi così poderosi, insolitamente dilatati, ribadiscono l’autonomia dell’artista da qualunque realismo e la sua esigenza di inventare da capo le cose, imprimendovi la sigla forte di uno stile che sta diventando inconfondibile e sempre più personale.
Ecco, allora, la “strana coppia”, due artisti che vogliono pensarsi in relazione dialettica, in un tentativo di complementare autonomia piuttosto che in un’orgogliosa e isolata individualità. Una scelta aperta a nuove possibilità progettuali, che non intacca certo la piena autosufficienza dei rispettivi linguaggi ma la offre a letture critiche anche più complesse e insospettabili potenzialità di sviluppo e crescita non comune ma condivisa.

immagini del Padiglione Egitto realizzate dalla fotografa  Giovanna Zen

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