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Ritratto tutto

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BEPPE MORA
Ritratto tutto

02/12/2000 – 20/01/2001
testo critico di Stefano Benni

Mora racconta la sua esperienza di meticcio artistico, pittore, grafico, fumettista. Attraverso i ritratti noi troviamo le sue predilezioni, i suoi maestri, la sua ironia, il suo fertile caos stilistico. Di sé stesso dice: “Io come ritrattista non guardo in faccia a nessuno”.

Beppe Mora avrebbe voluto fare il ritrattista di corte. La sua passione per Velasquez e le cantine reali sarebbero state uno stimolo sufficiente.

Ma ahimè, Mora è notoriamente anarchico e ostile a ogni etichetta, e non sarebbe stato a suo agio nei palazzi del potere. Pittore di corte non vuole dire necessariamente pittore cortigiano, la storia ci tramanda molti reverenti imbrattatele, ma anche grandi artisti che , nei loro ritratti, raccontano non solo le glorie, ma anche la verità, le miserie, il declino dei regnanti. Oggi i potenti non hanno più bisogno del ritratto per mostrare il loro volto e il loro fasto ai sudditi e ai posteri. Una profluvie di immagini li insegue e li espone.  Il potente, retrocesso a VIP come qualsiasi minus habens televisivo,  si mostra in fotografie, in video, su ogni schermo e giornale. E ognuno può avere il suo ritratto, nella galleria delle vanità mediatiche. Il risultato è che il ritratto è moribondo.  Nella ossessiva ripetizione televisiva, nei cartelloni politici truccati, nei poster e nella finzione patinata dei fotografi modaioli.

Il paparazzo è il nuovo pittore di corte, convocato dal piccolo infante Baltasar che poi si fingerà sorpreso e indignato per la violazione della sua privacy.

Il ritratto diventa fotogramma della recita conformistica e dell’imagofagia coatta quotidiana. Vertretung, rappresentanza, e non più vorstellung , rappresentazione, direbbe Mora in trevigiano.  Ciò che il ritratto perde, è il suo racconto. Quel segreto che unisce dapprima il soggetto all’autore, in un complesso legame di vanità, interesse, fascinazione e invidia.  E poi il segreto profondo che lega noi che guardiamo all’autore, e, attraverso lui al soggetto del ritratto. Che ci fa cercare e scoprire in ogni espressione e lineamento, in ogni trama grafica o pittorica, un racconto.  Che rivela, o suggerisce qualcosa che non sapevamo di quella persona, oppure ci fa fantasticare, ci fa nascere il desiderio di conoscere la storia di quel ritratto, di quel rapporto, di quel volto.  Ecco, raccontare è ciò che interessa a Mora.  (E, come suggerisce il sarcastico titolo della mostra “ritrattare” è tornare a raccontare). Mora racconta la sua esperienza di meticcio artistico, pittore, grafico, fumettista, gag-man, che lui ci confessa interamente.  Attraverso i ritratti noi ritroviamo le sue predilezioni, i suoi maestri, la sua ironia, il suo fertile caos stilistico.

Queste persone hanno “posato” per Mora non già in uno studio, ma ore e ore nella sua testa, nel suo gusto e disgusto. E ora lui ce le consegna, per farci scoprire qualcosa di nuovo. […]

Ho a casa un Borges, regalatomi da Mora, dopo una notte in cui si divertì a ritrarre tutti gli amici sui tovaglioli, usando il caffè come inchiostro. Con questa gioia creativa, che non necessariamente diventa quadro o operazione intellettuale, Mora è sempre pronto a sorprenderci, come fa anche stavolta. Io gli auguro, in una prossima vita, di poter approdare alla corte di Spagna, vicino al suo amato Velasquez, e dipingere regine e infanti, usando come colori lo sherry, il tempranillo e la garnacha blanca.

Stefano Benni

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