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NINA – I Sette Peccati Capitali

NINA – I Sette Peccati Capitali

NINA – I Sette Peccati Capitali

a cura di Irene Maiocchi

inaugurazione Sabato 14 Settembre 2019 ore 17.00

in mostra dal 14 al 29 settembre 2019

presso MUST Museo del Territorio, Vimercate

visite guidate su prenotazione  tel. 039 6659 488

orario di apertura
mercoledì e giovedì  ore 10 – 13
venerdì, sabato e domenica ore 10 – 13 / 15 – 19

ingresso libero

L’inaugurazione di I SETTE PECCATI CAPITALI
precede l’inaugurazione di SETTIMO CIELO
secondo evento dedicato all’artista che avrà luogo
SABATO 14 SETTEMBRE 2019 alle ore 18 presso DIMA art& design

Mostra incentrata sul tema morale e comportamentale dei sette peccati capitali interpretato e realizzato dall’artista armena Nina Khemcyan 

Fortemente voluta e proposta da DIMA art& design in collaborazione con  MUST, Museo del territorio di Vimercate, l’installazione I Sette Peccati Capitali è visitabile dal 14 al 29 settembre 2019 presso MUST di Vimercate

Nina Khemchyan disegno I Sette Peccati Capitali

Nina affronta il tema dei sette peccati capitali attraverso una straordinaria  performance.  Ossessionata dal disegno, dall’assoluta necessità di lasciarsi guidare dalla penna e dall’inchiostro, l’artista ha lavorato incessantemente per 15 ore al giorno creando una serie di disegni su un tappeto di carta che ha steso per oltre 50 metri.  Ogni peccato capitale viene interpretato e tradotto sulla carta in maniera diversa per stile e per approccio tematico.

Nina-I-Sette-Peccati-Capitali

la mostra “ I Sette Peccati Capitali” viene presentata per la prima volta in Europa, dopo essere stata esposta presso il Modern Art Museum di Yerevan (Armenia) nel 2018.

Testo critico di Irene Maiocchi – curatrice della mostra

La primissima immagine con cui si apre questa sequenza dipinta su carta è quella di una donna incoronata, una regina superba che volge distaccata lo sguardo altrove dal disegno, mentre in mano regge una mela. Si potrebbe lecitamente leggere in questa figura una moderna Eva, che, sorreggendo il simbolo per eccellenza del peccato originale, introduce l’argomento morale dell’opera. La superbia è il primo dei sette peccati rappresentati (non a caso, visto che anche per Gregorio Magno e poi per Tommaso d’Aquino essa è “madre di tutti i vizi”) i quali, con andamento crescente, raggiungono il proprio apice al centro, con il più devastante dei sentimenti, l’ira, inteso qui nella sua originale etimologia sanscrita, “IR-IN”, ossia “violenza, accendiamento per impeto sanguigno”.

DIMA art& design

Cinquanta metri di rullo di carta dove viene messa in scena l’omnipresente lotta della storia cristiana fra Bene e Male: nell’immaginario medioevale il settenario dei vizi è lo schema di interrogazione del penitente di fronte a Dio, il metro del giudizio (universale) per decretare l’inoppugnabile dualismo fra salvezza o castigo eterni; e proprio questa definitiva partizione fra beati e dannati ha infervorato, dal Medioevo in avanti, l’immaginario creativo dei più grandi artisti viventi, influenzando arte, letteratura, cinema, musica fino ad arrivare perfino ai manga e ai videogiochi.

Ma se la discesa di Dante nella spirale a nove cerchi dell’Inferno o le allegorie dei vizi capitali dipinte da Giotto nella Cappella Scrovegni servono al fedele come severo ammonimento “figurato” contro la gravità della perseverata violazione della legge divina, l’artista armena è molto più scanzonata e auto-ironica di fronte alla presunta necessità di bollare moralmente le umane tentazioni a “vizi capitali”.

Nato davvero per gioco, quando la committente dell’opera, nonchè direttrice del museo di Arte Moderna di Yerevan, ha risposto pronta alla provocazione dell’artista -“Quanto misurano le pareti del museo? Posso realizzare un’opera della stessa lunghezza”  -“50 metri!” -, quest’immenso lavoro di Nina Khemchyan (cinquanta metri di lunghezza, appunto, per settanta centimentri di larghezza) porta con sè una lucida riflessione su come affrontare figurativamente le corruzioni umane nel nostro tempo.

È ancora lecita oggigiorno una lettura manicheista che rende vizio e virtù due realtà del tutto binarie e inconciliabili?

Se con la parola “moralità” si indica l’insieme delle convenzioni e dei valori di un determinato gruppo sociale, di una data società, si può ancora additare come peccato primario la superbia, quando il più grande riconoscimento che viene concesso proprio dalla nostra società è incentrato sull’apparire avvenenti e di successo, sempre al massimo delle proprie possibilità? Eppure questo, ci avrebbe redarguito Sant’Agostino nel De civitate Dei, “(…) è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare “come Dio” (..)”.

E che dire poi del peccato di gola?  Se Dante nel VI Canto dell’Inferno affermava sicuro, alla vista di un “disfatto” Ciacco,  che “s’altra (…pena) è maggio, nulla è si spiacente“, oggi tale visione non sembrerebbe confermata da quell’impero del cibo in grado di rendere appagati tutti i tipi di consumatori, i quali si sentono tutto fuorchè colpevoli nel ricercare l’eccellenza del palato. E nell’ira non si potrebbe scorgere una luce positiva, escludendo debitamente gli eccessi più violenti, se essa diviene la miccia di una consapevole lotta di rivendicazione dei propri diritti sociali, politici, umani, ingiustamente calpestati?

L’elenco si fa lungo e la risposta a questa ambiguità di prospettive, verrebbe da dire, è da ricercare nella nascita della filosofia moderna, che mettendo al centro della sua indagine la figura umana, segna un momento di svolta nel pensiero occidentale, svincolandosi dalla teologia proprio attraverso l’introduzione di categorie “proprie” dell’uomo e della sua realtà terrena, esclusa dal costante confronto con il divino. Ma tutto questo trascende di molto l’intento sicuramente più leggero nella lettura consegnata al pubblico dall’artista.

la superbia - Sette Peccati Capitali DIMA art& design

Senza sconfinare in spinosi dibattiti sofistici sulla relatività della morale, e neppure avvalendosi delle successive rivalutazioni “patologiche” del vizio prodotte dalla psicologia per svincolarsi dalla rigida dottrina cristiana, l’opera di Nina vuole infatti configurarsi soprattutto come un’occasione per presentarsi “nudi” (così, come tutti i suoi personaggi) di fronte alle proprie umane debolezze; liberi, in altre parole, di ragionare “a fresco” sulla propria vita da peccatori, senza condizionamenti esterni, magari, perché no, ridendoci anche su.

I diavoli, che partecipano ragionevolmente ad ognuna delle perversioni messe in scena, sembrano prender posto divertiti e sornioni ai banchetti, alle orge, agli ozi e agli accapigliamenti umani (geniale è quello che fa la calza tirando per i capelli l’irosa matrona che domina il fulcro della composizione), fissandoci a volte dritto in faccia non tanto per invitarci maliziosamente ad entrare, quanto per farci riflettere su quanto sia istintivo e naturale il nostro riconoscerci in queste figure, che godono appieno delle passioni e delle appaganti tentazioni che la vita offre, senza dar prova di eccessivi turbamenti d’animo.

Ira - I Sette Peccati Capitali Nina Khemchyan

Come sul piano concettuale, anche su quello iconografico l’opera si presenta totalmente libera dal peso, seppur ingombrante, dell’iconografia tradizionale: dimenticatevi di Giotto, Bosch, Dorè e di tutti gli importanti predecessori cimentatesi nel tema dei vizi capitali; oppure no, perché in fondo, la lettura e l’interpretazione dei peccati è doveroso compito dello spettatore, (erede “ateo” del fedele medioevale) che può cogliere in essa tutte le suggestioni che crede, nessuna di queste è sbagliata.

L’unica regola fondamentale è che lo sguardo sull’opera si articoli come un percorso attraverso ogni singolo peccato, uno ad uno, senza saltare distrattamente da un particolare ad un altro. Forse solo in questo Nina, che sicuramente agisce in modo involontario visto l’intento tutt’altro che didascalico, si avvicina ai suoi predecessori: nella consequenzialità della storia illustrata del peccato.

Gola - mostra I Sette Peccati Capitali

La consequenzialità per l’artista armena assume tuttavia un significato diverso da quello degli affreschi medioevali, in quanto è da meglio intendersi come una continuità di lettura: a Nina non interessa illustrarci una storia, in questa continuità nasconde invece il segreto della sua arte, che fino ad ora aveva concentrato non a caso nella figura sferica. Come le sue “boules” di ceramica, di cui non si può avere una visione completa se non girandovi attorno, così nello scorrimento del rullo di carta, che si scopre pezzo a pezzo, l’artista cerca la processione all’infinito del disegno. Non fa differenza se il supporto è la terracotta o la carta, questo continuum è volto ad esaltare la fluidità del gesto, espresso a pieno proprio perché mai interrotto.

Accidia - I Sette Peccati Capitali

La gestualità sicura della linea di Nina, che risente senza dubbio dell’eredità artistica assimilata nella sua seconda patria parigina (come non pensare ai disegni di Picasso e Matisse guardando i suoi flessuosi corpi danzanti?), è data da una rapidità totalmente istintiva, non calcolata dell’esecuzione. I bozzetti le servono soltanto per delineare una mappatura generale della composizione, ma sono poi costantemente trasformati nella versione definitiva.

La conferma che sia l’istinto a dominare la stesura viene dal fatto che, dopo due anni di studi sul tema, Nina abbia eseguito l’opera in sole due settimane. Quindici ore consecutive e forsennate di lavoro al giorno, dove, insieme all’intuizione, anche la memoria ha giocato un ruolo fondamentale: non potendo godere di una visione d’insieme (per proseguire nella creazione era infatti costretta ad arrotolare di volta in volta la parte dipinta) è stata la mente a guidarla nella creazione.  Nell’avvicendarsi delle figure sul rotolo si legge un ritmo equilibrato fra pieni e vuoti, fra bianchi e neri, fra movimento e stasi; una simmetria che è il risultato di una ricostruzione mentale delle fasi antecedenti.

“È importante, quando si ha un’idea, seguire quello che l’opera dice deve essere, lavorare con la mente e con le mani finché non si raggiunge la completa armonia e non si capisce che il risultato finale è esattamente quello che si voleva”  conferma lei stessa.

L’esito finale di questo procedere “alla cieca”? La spaventava, ovviamente, ma Nina è andata avanti sino in fondo, guardando all’opera come a una metafora della vita stessa: soltanto alla fine si può fare un bilancio, stabilire se la si è vissuta bene oppure no. In questo bilancio esistenziale, l’artista ribalta tuttavia un assioma di comune accettazione: il peccato, l’unità di misura “speculare” per distinguere il buono che permea la nostra condotta, diviene qui all’opposto uno strumento di celebrazione vitale, di raffinata esaltazione del bello.

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